Mi stanno sulle bolle le persone che criticano sempre 😁
Avete presente quelle a cui non sta bene mai niente, che devono sempre dire la loro, che devono sempre criticare ogni decisione, iniziativa, ecc… ecc…? Ecco, proprio quelle lì 😤
C’è un passo del libro di Denis Murano, Risorse Inumane, che spiega bene il problema:
Chi si lamenta e critica è una tossina che giorno dopo giorno viene diffusa nell’ambiente. E le reazioni di chi ha a che fare con loro sono due:
a) ti odio, non ti posso vedere;
b) inizio a lamentarmi anch’io.
Io che sono testarda e cocciuta e credo sempre di poter cambiare il mondo 😎, per anni ho tentato di capire e “aiutare” questa categoria di persone [classica sindrome da crocerossina].
Finchè un giorno sento questa frase di Veruscka Gennari: “l’accanimento terapeutico non funziona!”. Mi trovavo al percorso di certificazione per Chief Happiness Officer il cui tema principale, era appunto, come rendere felici le persone sul lavoro.
Mi ha aperto gli occhi. E’ come quando cerchi le chiavi della macchina nella tua immensa e stracolma borsa di donna e non le trovi perchè… ce le hai in mano!
E’ vero, l’accanimento terapeutico è un errore imperdonabile. Nella mia vita da HR tutte le volte che mi sono avvicinata al lamentoso cronico per cercare di risolvere, tipo:
- perché il tuo collega ti sta sulle bolle? prova a parlare con lui per trovare un punto di incontro.
- perché dici che il tuo capo non ti capisce? glielo hai detto che ti senti così? hai provato a spiegargli ciò che credi lui non capisca?
- perché non ti trovi d’accordo? raccontami il tuo punto di vista, troviamo un compromesso.
- quel processo trovi sia inefficiente? dimmi come vorresti che fosse, possiamo migliorarlo.
- ecc ecc ecc…
non si è risolto un ciuffolo di basilico.
La dinamica più straordinaria che spesso osservo è che la persona si lamenta con tutti tranne con chi sul tema ha voce in capitolo e potere di cambiare le cose [ovvio, perché se parlo direttamente con la fonte del mio problema, rischio che il problema si risolva e devo inventarmi qualcos’altro].
Così come quelle persone con cui ti trovi al bar e cominciano a raccontarti che il loro lavoro fa schifo, che i loro amici non ci sono mai al momento del bisogno, che il fidanzato non è abbastanza premuroso, che il caffè è troppo amaro e a Milano non c’è il sole. E quando gli rispondi che potrebbero cambiare lavoro, farsi nuovi amici, parlare col fidanzato e usare lo zucchero [Milano te la tieni così com’è], prima ti guardano come se avessero visto Maradona resuscitato, poi ti rispondono “è difficile spiegare…”. Ok, rimarrò nella mia beata e spensierata ignoranza.
Ovviamente sto parlando della categoria dei lamentosi cronici, che per fortuna sono una ristretta minoranza della popolazione.
E c’è anche la possibilità che io sia un’incompetente nel gestire questo genere di persone. Pace, salverò il mondo comunque, in un modo o nell’altro [dopo che si sarà estinta la categoria].
La verità, a parer mio, è che il lamentoso cronico ha un bisogno naturale e spasmodico di dare contro qualcosa o qualcuno. E nonostante tu provi a capire cosa c’è che non va, a trovare una soluzione che possa andargli bene, a scervellarti per entrare nella sua testa e psicanalizzare il suo unico neurone, comunque non riuscirai a curare la sua patologia 😨
Come risolvere il problema? Eh…bella domanda [mi faccio i complimenti da sola]:
- In fase di recruiting, evitali come la peste.
- Hai avuto la geniale idea di assumerlo perché il giorno in cui lo hai colloquiato avevi scambiato il vino con l’acqua a pranzo? bravo, adesso 1000 Ave Maria e 1000 Padre Nostro. Mo’ ti tocca gestirlo.
- Te lo ritrovi in azienda? torna al punto 2 ma senza penitenza.
Personalmente, nel mio team un lamentoso non lo tengo. O collaboriamo in maniera costruttiva, trasparente e serena, o te ne vai da un’altra parte. Su questo non transigo, l’affiatamento e la cooperazione all’interno di un team sono condizione necessaria. Tutti possiamo avere i momenti di scazzo e va benissimo, si è un team anche e soprattutto nel momento del bisogno. Ma non può esserci un cronicismo, altrimenti il team va in malora.
Se è in azienda, come dice Denis Murano, il rischio è che venga isolato dagli altri oppure che la malattia si diffonda. Qui il fattore determinante diventa il carattere delle altre persone.
Il problema per un HR è quando anche gli altri iniziano a lamentarsi, perché si rischia di minare il clima aziendale e creare un vortice di negatività che nel tempo può espandersi. A parer mio, se succede questo, l’unica soluzione è perdere la persona.
